L’incontro con Hulk Hogan durante la Wrestlemania Week

Episodio davvero speciale per Wrestling Vintage: il nostro Gianluca condivide con noi il suo magico incontro con Hulk Hogan!

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Tra qualche settimana sarà di nuovo Wrestlemania, l’appuntamento annuale con l’evento più importante del wrestling. Un fenomeno talmente globale che ormai gli eventi legati a questa manifestazione occupano un’intera settimana, che inizia poco prima e finisce poco dopo lo spettacolo principale, proponendo anche la cerimonia della Hall of Fame (venerdì), lo show NXT Takeover (sabato) e i vari appuntamenti con i wrestler di oggi e di ieri, durante le sessioni del WWE Axxess, oltre agli show Raw e Smackdown post-Wrestlemania.

Per gli amanti del genere, la Wrestlemania week è l’esperienza definitiva, un catalizzatore senza pari di eventi legati al wrestling sia targati World Wrestling Entertainment che non.

 

Con questa consapevolezza, a fine 2016 io e mio fratello decidiamo di acquistare un WWE travel package e, qualche mese più tardi, ci ritroviamo su un aereo in direzione Orlando, Florida, sede di Wrestlemania 33

wrestlemania 33

Studiando la lista degli eventi in programma nei giorni seguenti, scopriamo che Hulk Hogan – l’icona pop, il wrestling personificato – avrebbe tenuto alcune sessioni di autografi presso il suo Hogan’s Beach Shop di Orlando (un negozio di abbigliamento e gadget su di lui e il wrestling). Ma si tratta di un evento a pagamento – come praticamente tutto negli USA – ed il biglietto costa 150 dollari. Ci diciamo subito, responsabili e maturi come non mai: «È troppo… e comunque abbiamo già parecchie cose da fare nei prossimi giorni».

A questo punto la mia memoria subisce ogni volta uno strano black-out e i miei ricordi saltano al momento esatto in cui mi ritrovo nel negozio e “striscio” la carta di credito per acquistare il biglietto per due persone.

Fuori c’è una fila lunghissima e fa caldo. Ma non sentiamo nulla, né la fatica di stare in piedi in attesa del nostro turno, né il sole che picchia sulle nostre teste. Ci guardiamo intorno estasiati: ci sono i fan hardcore vestiti come Hogan, con tanto di baffo biondo; c’è l’anziana signora con la t-shirt “Hulkamania” e il palestrato che, nella sua testa, si sente a tutti gli effetti un “collega” del mitico Hulk; c’è la famigliola che è venuta apposta dal Messico per questo grande weekend di wrestling. E poi ci sono, ovviamente, tanti fan come noi, provenienti da oltreoceano.

Mentre ce ne stiamo lì in contemplazione, sul retro arriva un SUV coi vetri oscurati. Aguzzo la vista per capire se dietro quei cristalli neri ci sia LUI. E, ad un certo punto, esclamo:
«Sì, è proprio Hulk Hogan alla guida!».
«Ma che dici?», mi fa mio fratello ancora incredulo. A dissipare ogni dubbio, ci pensa il gigante sceso dalla macchina, t-shirt nera, bandana in testa e baffi dorati. «What’s up, guys?», urla alla folla estasiata (noi compresi), con quella voce che avevamo sempre e solo sentito dagli schermi della nostra TV, prima di allora.

hulk hogan

È il mio primo contatto con l’eroe d’infanzia, il titano del ring che sembrava esistere solo nelle leggende. Brividi.

Dentro, ancora in fila, mentre ci avviciniamo sempre di più, lo vediamo così da vicino che non sembra reale. Hulk tira fuori tutti i suoi cavalli di battaglia con ogni fan, posa per le foto e firma i gadget. Io e mio fratello ci prepariamo un copione per sfruttare al massimo i pochi minuti che avremmo avuto a disposizione a contatto con la star. Io gli avrei menzionato il suo libro, letto qualche anno prima. Lui gli avrebbe augurato di tornare presto alla WWE (era il periodo in cui Hogan era stato estromesso dalla Hall of Fame per le frasi di stampo razzista intercettate da una telecamera nascosta. Vicenda per la quale l’Hulkster aveva subito fatto ammenda, dichiarando di aver detto, in un momento di rabbia, cose che non aveva mai realmente pensato).

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Quando tocca a noi, emozionati come dei bambini la notte di Natale, ci presentiamo e gli diciamo che siamo arrivati sin dall’Italia. Lui ci chiama “My Italian brothers” e ci ricorda che anche lui è di origine italiana (il suo vero nome è Terry Bollea). Mio fratello, salivazione azzerata, non riesce a proferire parola.

Quando usciamo, ci rendiamo conto che, sì, 150 dollari a testa sono una bella somma per 5 minuti, due battute, una foto e un autografo. Ma, ragazzi, un magic moment come questo lo si vive poche volte nell’arco di una vita. E se, in quel momento, avessimo potuto chiedere a noi stessi, bambini, se eravamo contenti, ci avrebbero abbracciato forte, grati di avergli permesso di realizzare questo sogno.

 

Gianluca Caporlingua

Cresciuto (???) giocando a calcio e sbucciandomi le ginocchia sui campi in terra della provincia siciliana. Da bambino, però, il sogno (rimasto nel cassetto) era quello di fare il wrestler. Dato che mia madre non mi avrebbe mai permesso di picchiare gli altri, ho deciso di cominciare a scrivere le storie dei miei eroi. Oggi le racconto filtrandole coi ricordi d'infanzia.

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