Bruno Sammartino – Storia di un italiano sul tetto del mondo del wrestling

In questo nuovo episodio di Wrestling Vintage vogliamo ricordare il grande Bruno Sammartino, l’abruzzese che divenne il campione più longevo del Pro Wrestling

wrestling vintage bruno sammartino

Sin da bambini, quando guardavamo le trasmissioni del wrestling in televisione, siamo stati abituati a concepirlo come un “prodotto” prettamente americano, lontano dalla nostra cultura e dal nostro quotidiano ma, anche per questo, particolarmente affascinante. La differenza con una partita di calcio, per esempio, stava nel fatto che il pallone ci interessava sia come spettacolo da guardare ma, spesso, anche come sport da praticare. Insomma, lo consideravamo alla nostra portata. Mentre la lotta fra i giganti del ring, nel nostro immaginario, era solo ed esclusivamente “cosa loro”, un’attività riservata a quei “matti” che vivevano lontano da noi.

Ma se vi dicessi che il più longevo campione del mondo di wrestling mai esistito era italiano? No, non un italo-americano come ce ne sono tanti oltreoceano. Un italiano purosangue, nato a Pizzoferrato, in Abruzzo. Il suo nome era Bruno Sammartino e la sua storia è diventata leggenda.

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Bruno visse in Abruzzo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, sopravvivendo all’invasione e ai rastrellamenti dei nazisti grazie al coraggio della madre che riuscì a salvare i propri figli, tenendoli nascosti sulle montagne. A 15 anni si trasferì a Pittsburgh, città di cui sarebbe diventato un autentico simbolo. Nei primi anni americani, tormentato dai bulli a scuola, quel gracile ragazzino italiano cominciò a dedicarsi a pesi e palestra e, ben presto, divenne un vero e proprio colosso. Il suo fisico prestante, oltre a procurargli un lavoro da operaio edile, gli dava la possibilità di tirare su qualche soldo in più con esibizioni di forza di vario tipo. Per esempio – incredibile ma vero – lui stesso avrebbe più volte raccontato, nel corso della propria vita, di quella volta che gli fu proposto di lottare contro una “scimmia”, con in palio un premio di 50 dollari se fosse durato più di 5 minuti. Sammartino accettò senza pensarci due volte. In realtà, la “scimmia” si rivelò essere un orangotango ma Bruno non ebbe il benché minimo ripensamento. Al contrario, andò avanti per 15 minuti ma si fece squalificare perché, infastidito dai movimenti dell’animale, finì per colpirlo con un pugno.

Le sue prove di forza attirarono l’attenzione dei promoter di wrestling e, dai gorilla alla lotta professionistica, il passo fu breve. Nel 1960, dopo aver combattuto per la prima volta nella “sua” Pittsburgh qualche mese prima, Sammartino debuttò al mitico Madison Square Garden di New York. E se nel mondo dello sport e dello spettacolo a stelle e strisce “non puoi dire di avercela fatta se non ti sei mai esibito al Garden”, il nostro connazionale sarebbe andato decisamente oltre, realizzando il tutto esaurito per ben 188 volte nell’“Arena più famosa del mondo”. Un record assoluto che conferì al MSG il nickname di The House That Bruno Built.


bruno sammartino madison square garden

Sammartino aveva la stoffa del campione – se non si fosse ancora capito – e il primo titolo assoluto arrivò solo tre anni dopo, il 17 maggio del 1963, quando sconfisse l’allora detentore della cintura, “Nature Boy” Buddy Rogers, in soli 48 secondi. Bruno era talmente forte e popolare, soprattutto fra i tanti italo-americani che facevano la fila per ammirare l’Italian Strongman, che il suo primo regno da campione durò ben sette anni e otto mesi! Ma in ogni strada può esserci qualche salita che rende il cammino impervio: il 18 gennaio 1971, i fan di wrestling accorsi, come tantissime altre volte, al Madison Square Garden furono letteralmente scioccati dalla sconfitta del proprio beniamino ad opera di “The Russian Bear” Ivan Koloff.

Una disfatta bruciante che avrebbe potuto frenare o, addirittura, troncare la carriera di molti atleti. Ma Bruno non era come molti atleti: “Bruno Is Uno”. E, il 10 dicembre 1973, Sammartino completò la risalita, riconquistando la sua corona e iniziando una seconda striscia di vittorie che sarebbe durata altri tre anni, quattro mesi e venti giorni (1.237 giorni in totale), fino al 30 aprile 1977.

Cioè, se siete bravi in matematica: combinando i due periodi record da campione del mondo, stiamo parlando di un lottatore che indossò la cintura più prestigiosa per un totale di circa 11 anni (4.040 giorni, per l’esattezza). Un primato che, nel wrestling moderno, in cui i titoli passano di mano con frequenza, non sarà mai più eguagliato. Durante tutta la sua carriera, oltretutto, la stella italiana rimase sempre fra le fila dei buoni, non ricorrendo mai a scorrettezze e portando sul ring l’onestà e la correttezza caratteristiche della sua vita privata. Nonostante fosse diventato una superstar di caratura mondiale, Bruno non si atteggiò mai a personaggio, diventando un modello per masse di tifosi provenienti dalla classe operaia. Lui si sentiva genuinamente uno di loro e i fan lo adoravano per questo. Il successo fu tale che gli valse l’appellativo di The Living Legend.

 

La semplicità, la generosità e la bontà d’animo di Bruno Sammartino sono testimoniate anche dal fatto che non dimenticò mai le proprie radici italiane, rimanendo  fino all’ultimo fortemente legato alla sua terra d’origine. Nel corso degli anni, infatti, il campione ebbe modo più volte di tornare nel suo paesino. L’ultima, il 5 agosto del 2017. «Dovete scusarmi, ma ho fatto undici operazioni e, quando tornerò in America, devo farne ancora un’altra, ma fra nu mese torno ad essere Bruno Sammartino», diceva con un simpatico accento abruzzese.

Quell’uomo, che nella vita aveva calcato palcoscenici di primo piano in tutto il mondo, seduto in quella piazza, visibilmente affaticato ma sempre sorridente, parlava alla sua gente con la stessa semplicità e commozione di un nonno che viene festeggiato dai nipoti. Era tornato a Pizzoferrato in occasione della cerimonia di inaugurazione della statua eretta in suo onore. La cittadinanza si era vestita a festa per omaggiare il paesano che aveva fatto fortuna negli Stati Uniti ed era conosciuto e apprezzato a livello internazionale. E nel Belpaese? La peculiarità della storia di Bruno Sammartino è che – certamente – gli appassionati di wrestling ne hanno sempre fatto motivo di orgoglio nazionale, ma i media non gli hanno (quasi) mai riservato l’attenzione che avrebbe meritato. Per esempio, se chiedete in giro a chi non segue assiduamente il calcio, tutti sapranno dirvi chi è Dino Zoff. Ma le stesse persone probabilmente farebbero spallucce se interrogati sul campione di Pizzoferrato. Eppure stiamo parlando di due atleti allo stesso livello di importanza, nelle rispettive discipline.

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Quel giorno di agosto, serenamente consapevole di questa anomalia, Sammartino spiegava ad appassionati e giornalisti che «quando facevo la lotta in America, qui non era famosa», mostrando comunque grande soddisfazione e sincera gratitudine per l’affetto che quella nicchia di pubblico nostrano gli aveva sempre fatto sentire, tutte le volte che era tornato in Italia. Stavolta, i medici gli avevano consigliato di rimanere a Pittsburgh al riposo, ma lui voleva assolutamente esserci quando il sindaco, a nome della popolazione, gli avrebbe tributato una delle più grandi onorificenze che un cittadino possa ricevere.

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Io mi ero fatto qualche ora di macchina, passando anche per strade di montagna, per non mancare allo storico appuntamento. Qualche mese prima, in compagnia di mio fratello, mi trovavo a Orlando (Florida) per Wrestlemania. Mentre stava per entrare all’Amway Center, dove sarebbe stato ospite della WWE in occasione della cerimonia della Hall of Fame 2017, gli avevo gridato: «ciao Bruno, siamo italiani!». Lui si era fermato di colpo, si era voltato e ci aveva salutato, un po’ impacciato, quasi volesse venire verso di noi, pur non potendo. Fu la prima cosa che gli raccontai, quando ebbi la fortuna di parlarci a Pizzoferrato. Poi gli dissi: «Bello l’anello della Hall of Fame», in cui era stato indotto con la classe del 2013. Mi rispose: «vuoi vederlo?», se lo tolse e me lo passò. Più tardi, dopo la cerimonia, prese la parola per ringraziare tutti i convenuti ma dovette fermarsi due o tre volte per la commozione che gli strozzava le parole in gola. «È il riconoscimento più grande che abbia mai ricevuto», disse. Ed era assolutamente sincero.

Bruno Sammartino se n’è andato esattamente un anno fa, il 18 aprile 2018, a 82 anni. È bello pensare che, dopo gli stenti dell’infanzia, il successo ottenuto in un altro Paese con onestà e duro lavoro, i titoli e le onorificenze in giro per il mondo, abbia potuto vivere a lungo per tornare un’ultima volta e vedere con i suoi occhi quella statua posta in suo onore al centro del paesino da dove era dovuto andare via a malincuore, in cerca di una vita migliore. È il cerchio che si chiude. Una storia di quelle che si vedono solo nei film.
O meglio, una leggenda.

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